Finito il periodo natalizio, terminate le fatidiche 12 notti, eccoci arrivati a gennaio, mese che a noi moderni, complice il ritorno al lavoro di malavoglia, il freddo e le giornate ancora corte, non ispira particolarmente.
Tuttavia, in questo mese ricorre la festa di un santo quasi dimenticato, il cui nome viene citato ormai quasi solo nei detti contadini e nei libri di rimedi naturali.
Si tratta di Sant’Antonio Abate, che si festeggia il 17 gennaio, per distinguerlo dal suo omonimo Sant’Antonio da Padova, il colto teologo e brillante predicatore, ora noto come il santo delle cause impossibili.
La fama di Sant’Antonio Abate si è, soprattutto nell’ultimo secolo, offuscata, ma giova ricordare che un tempo era chiamato Sant’Antonio il Grande, a rimarcare immediatamente la sua importanza. Era così grande e multiforme da avere più nomi: Sant’Antonio d’Egitto, Sant’Antonio del Fuoco, Sant’Antonio del Deserto, Sant’Antonio l’Anacoreta, Sant’Antonio Abate e, nel Nord Italia, Sant’Antonio del Pursel, per via del maialino con cui è sempre raffigurato.

Un tempo esistevano infatti i famosi maiali di Sant’Antonio, che godevano di particolari privilegi, come il pascolo libero, un po’ come le vacche sacre in India, perché i canonici Antoniani li allevavano per ricavare dal loro grasso un unguento medicamentoso che era usato come rimedio per molte malattie. Una di queste era il temibile Fuoco di Sant’Antonio, nome volgare dell’herpes zoster, dolorosissimo e lento da curare ancora oggi.
In realtà, il maiale o il cinghiale sono attributi del dio celtico Lug, al quale il santo monaco sembra essersi sovrapposto.
Del Sant’Antonio umano non sappiamo molto, anche perché a renderlo santo è stata proprio l’essenzialità della sua vicenda: vissuto in Egitto nel III secolo dopo Cristo, Antonio decise, in giovane età, di donare tutti i propri beni ai poveri e di ritirarsi nel deserto per dedicarsi alla preghiera e alla meditazione, mantenendosi con quanto coltivava lui stesso. Considerato uno dei fondatori dell’anacoretismo, veniva spesso tormentato dal diavolo in vari modi. Alla faccia del demonio, riuscì comunque ad arrivare alla ragguardevole età di 105 anni, rispettato e amato, tanto che la gente veniva da molto lontano per chiedergli consiglio.
Lo troviamo infatti raffigurato sia con il maialino, come detto, sia con il bastone con l’impugnatura a forma di tau, sia con la fiammella, che può fare riferimento sia al Fuoco di Sant’Antonio sia ai falò di Sant’Antonio, che si accendono in molte parti d’Italia, come Lazio, Abruzzo, Campania, Calabria e Puglia, ma in particolare in Sardegna, dove il santo è chiamato anche Sant’Antonio de su Fogu.
I fuochi sono una grande festa, che coinvolge tutta la popolazione. Il rito è legato a una leggenda secondo la quale Dio, arrabbiato con gli uomini, avrebbe tolto il fuoco dalla Terra. Sant’Antonio, deciso a intercedere per l’umanità, sarebbe sceso all’inferno accompagnato dal suo fedele maialino e avrebbe prelevato alcune scintille dal fuoco infernale, nascondendole nel proprio bastone a forma di tau. Tornato sulla Terra, avrebbe nuovamente donato il fuoco agli uomini.
Questa graziosa leggenda combina la generosità e la bontà sempre dimostrate da Sant’Antonio nella sua vita con la figura della divinità celtica del fuoco e signore degli animali, Lug (il cui nome, non a caso, deriva dalla stessa radice che significa “luce”).


Sant’Antonio è infatti ritenuto il protettore degli animali da cortile e da fattoria e, per estensione, anche dell’agricoltura. Secondo una credenza diffusa, la notte del 17 gennaio, chi entra nelle stalle può sentire gli animali parlare tra loro. È significativo che a San Giovanni, il 24 giugno, ci siano gli stessi elementi, ovvero i fuochi e gli animali che parlano nella notte del santo.



Nel Nord Italia, la festa di Sant’Antonio del Pursel era legata a un’altra interessante tradizione, quella del pane di Sant’Antonio. Nel momento in cui l’inverno era più rigido e le scorte di cibo erano esaurite, troppo lontani dal nuovo raccolto, si distribuiva il cosiddetto pane di Sant’Antonio: pane realizzato con le donazioni dei più ricchi, che veniva distribuito ai poveri affinché potessero sostenersi.
In molte chiese del Nord Italia è ancora possibile vedere la piccola fessura per l’elemosina con la dicitura “Per il pane di Sant’ Antonio”.

E voi lo festeggiate Sant’ Antonio?
Fateci sapere!
