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La storia dell’acqua o, meglio, delle acque di Rovato, affonda le sue radici nella notte dei tempi e ci parla del rapporto essenziale tra l’uomo e una delle risorse più preziose per la vita: l’acqua. Una risorsa che troppo spesso diamo per scontata.
Rovato, che sorse in tempi antichissimi su uno snodo viario di assoluta importanza strategica – come sembra indicare anche il suo nome, che secondo un’ipotesi deriverebbe dalla stessa radice dell’inglese road (strada) – ha sempre sofferto per la carenza di acqua.
Un discorso a parte va fatto per il Monte Orfano, sul quale tutti i testi parlano di due sorgenti d’acqua, entrambe “sacre”. La prima sorgente di cui abbiamo notizia è quella che si trovava sotto la chiesetta di San Michele, sulla sommità del monte. Tutte le fonti antiche segnalano, in corrispondenza con l’abside della chiesa, un vano sotterraneo con accesso dall’esterno, nel quale si trovava una vasca con acqua sorgiva. Il culto di San Michele, almeno in Italia è sempre associato a questi tre elementi: una sorgente d’acqua, una grotta, una roccia/ pietra, che qui sono tutti presenti.
L’accesso a questo vano è tuttora visibile, ed è fiancheggiato da due grossi blocchi in pietra, che farebbero pensare ad una costruzione dell’VIII/ IX secolo, forse proprio longobarda come sostengono alcuni. Non è tuttavia possibile accedere all’interno in quanto la volta è pericolante.
Secondo alcune testimonianze raccolte in loco, fino agli anni ’60, nel giorno della festa di San Michele – che cade in prossimità dell’equinozio d’autunno – la popolazione di Rovato era solita salire sul monte per recarsi in pellegrinaggio alla grotta, assistere alla messa nella chiesetta e, successivamente, festeggiare all’aperto con una merenda, una occasione molto amata e molto attesa.
Addirittura, secondo alcuni racconti orali, durante il giorno di San Michele, oppure durante l’equinozio, un raggio di sole penetrava attraverso il corridoio di ingresso fino ad andare a illuminare la vasca.
In seguito, la tradizione venne meno perché il terreno in cui si trovava la grotta fu acquisito da privati.
Peccato che la grotta non sia più visibile, perché si tratterebbe di un unicum nel bresciano, e, in ogni caso, di una emergenza architettonica rara per il Nord Italia. Giova ricordare che la chiesetta di San Michele, per il suo interesse storico artistico è stata dichiarata monumento nazionale già nel lontano 1927.
Della sorgente non sia più nulla, ma tutti i testi sono concordi nel ricordare questa sorgiva, il che costituisce un mistero nel mistero, poiché le caratteristiche idrogeologiche del Monte Orfano renderebbero improbabile la presenza di una vena acquea. Tuttavia, se è vero – come riportato da più d’uno – che i primi mercati di bestiame, antenati dell’odierna Fiera Lombardia Carne, si svolgevano proprio nello spiazzo intorno alla chiesa di San Michele, allora ha senso pensare che vi fosse dell’acqua accessibile. Non avrebbe avuto senso, infatti, radunare animali in un luogo arido.
Forse fu proprio la scarsità d’acqua a conferire un carattere sacro alla vasca di San Michele? Questo potrebbe spiegare anche l’altra sorgente miracolosa di Rovato, quella che, secondo la tradizione, sarebbe all’origine della nascita del convento dell’Annunciata. Il convento sarebbe sorto ex novo in una zona prima disabitata, proprio perché in quel punto sarebbe sgorgata miracolosamente, per intercessione della Madonna, una polla d’acqua.
Entrambe queste sorgenti sono però attualmente invisibili- scompaiono anche dai documenti già verso gli anni’60, e non vi è modo di sapere se esistano ancora- e, già nell’antichità, non erano in grado di soddisfare il fabbisogno idrico della cittadina. Più Rovato cresceva e si espandeva, più il problema della scarsità – e soprattutto della qualità – dell’acqua diventava pressante, a volte addirittura drammatico.
Fino al 1870, la comunità rovatese poteva contare per il proprio approvvigionamento idrico solo su pozzi (alcuni pubblici e altri privati) e sulle rogge. L’acqua dei pozzi era scarsa e molto calcarea, anche per via della difficoltà, con la tecnologia dell’epoca, di scavare a grande profondità. Le rogge, invece, erano canali artificiali (talvolta anche navigabili) utilizzati per ogni necessità quotidiana: dal lavare i panni all’abbeverare gli animali, dallo scaricare i liquami all’ attingere acqua……….. Si può facilmente comprendere come questa combinazione di usi non portasse a nulla di buono.
Infatti, l’abitudine di bere e cucinare con l’acqua dove venivano anche smaltiti i reflui portò, per tutto l’Ottocento, a frequenti e terribili epidemie di colera e tifo, con gravi perdite in termini di vite umane. L’ultima epidemia si verificò a Rovato nel 1894, quasi nel Novecento, quindi molto tardi rispetto al resto d’Italia, segno che il problema idrico era tutt’altro che risolto.
Si iniziò così a discutere della necessità di trovare una soluzione. Le autorità rovatesi ad un certo punto convocarono nientemeno che il professor Antonio Stoppani, allora direttore del Museo Civico di Scienze Naturali di Milano, che nel 1875 si recò a Rovato per fare una relazione. Il suo verdetto fu lapidario: “Rovato non avrà mai acque buone.”
Questo giudizio, per nulla incoraggiante, diede però il via a una serie di studi e ipotesi, alcune anche piuttosto fantasiose, come l’idea di portare l’acqua nientemeno che da Pilzone (una frazione di Iseo)!
Per fortuna, nel 1910 entra in scena l’ingegner Eugenio Dabbeni, figura interessante di tecnico e innovatore. Dabbeni prese in mano il progetto dell’acquedotto, con il senso pratico e la decisione che lo contraddistinguevano, propose di realizzare un nuovo pozzo nel borgo di Rovato (in un luogo in cui ne esisteva già uno storico) insieme a un grande serbatoio di raccolta da costruire nientemeno che in cemento armato – un materiale allora assolutamente nuovo e che suscitava molta curiosità.
Nel 1913- in tempi quindi rapidi- il nuovo acquedotto entrò in funzione.
Il serbatoio, capace di contenere oltre 400.000 litri d’acqua, era stato pensato specificamente per garantire l’approvvigionamento per quattro giorni interi in caso di guasto all’impianto di sollevamento. Questo era costituito da ben due gruppi di pompe elettriche da 4 litri al secondo e 10 HP di potenza. L’altezza del manufatto era di 18 metri; il pozzo aveva una profondità di ben 60 metri, con un diametro variabile da 5 a 2 metri.
Si trattava, insomma, di un progetto all’avanguardia su tutti i fronti: elettricità, cemento armato, idraulica e ingegneria, tutto il meglio della tecnologia di allora. L’ingegner Dabbeni fu talmente efficiente che, caso forse unico tra tutti gli ingegneri e architetti dell’universo, non solo non sforò il preventivo, ma riuscì anche a far risparmiare al Comune ben 2.380 lire, una somma considerevole per l’epoca.
Nacque così l’inconfondibile sagoma della torre dell’acquedotto, che ancora oggi dà il benvenuto a chi entra a Rovato provenendo dal Lago d’Iseo. Il cemento armato fu utilizzato anche a fini decorativi, per realizzare ornamenti in stile floreale che ne fanno uno degli esempi più interessanti di stile liberty nel bresciano.
Il serbatoio rimase in funzione per quasi cento anni, fino al 1985-1990 circa, quando venne realizzata l’attuale vasca serbatoio, collocata sul Monte Orfano e il pozzo ai piedi della torre venne chiuso.
Attualmente Rovato attinge acqua da tre pozzi differenti: i pozzi Dossello e Fornace, situati in località San Donato di Rovato, e il pozzo Croce, che si trova nel comune di Cazzago San Martino. L’ingegner Dabbeni, con la sua consueta praticità, aveva previsto anche un pozzo in ciascuna frazione, per garantire che nessuno rimanesse senz’acqua. La maggior parte di questi pozzi è poi confluita nell’acquedotto centrale, ma sono tuttora in funzione quelli delle frazioni Duomo e Sant’Anna.
L’acquedotto di Rovato è oggi ottimamente gestito da Acque Bresciane.
Si ringrazia il dott. Giovanni Cadei per la preziosa consulenza

